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24 settembre 2017

Dopo Harvey & Irma: Intervista a Naomi Klein sui cambiamenti climatici

Dopo Harvey & Irma: Intervista a Naomi Klein

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AMY GOODMAN: Siamo su  Democracy Now!, democracynow.orgThe War and Peace Report.  Sono Amy Goodman.  Questo caos climatico, che sembra non arrestarsi più, ha spinto numerose celebrità a mettere in guardia contro i pericoli del riscaldamento globale.....  Ma cosa dobbiamo dire, non solo su quanto  dice il Presidente Trump, ma anche sulla mancanza di copertura mediatica su questo argomento e sulla mancanza di informazioni sulle connessioni che esistono tra gli ultimi terribili uragani, già passati e in arrivo, sugli incendi, le tempeste,  la siccità e su tutte le altre catastrofi che succedono nel resto del mondo e che ci fanno impallidire se mettiamo a confronto il numero dei decessi avvenuti nel nostro paese con i 1.300 provocati dalle inondazioni nel Sud asiatico ?
NAOMI KLEIN:......Credo che sia davvero il momento di spiegare le connessioni tra questi eventi, perché  gli scienziati del clima ci avvertono da decenni che viviamo su un pianeta più caldo ed il caldo tra rendendo questo : un pianeta estremo. E un mondo estremo diventa una specie di palla che rimbalza tra il troppo e il non abbastanza. Troppe precipitazioni che diventano eventi estremi, non solo la pioggia, ma anche la neve –  ricordiamoci di quelle bizzarre tempeste di Boston, poi ci sono inverni con poca neve e all’improvviso si scarica giù una quantità di neve mai vista – e poi non c’è abbastanza acqua, così si creano le condizioni perfette per i fuochi che bruciano e che scappano fuori da ogni controllo. Ma il fuoco è una parte normale del ciclo delle foreste, solo che quello che vediamo ora è molto di più, ecco perché vediamo incendi e fuochi in quantità mai registrate, per esempio nell’area urabana di Los Angeles, un filo di fumo che un paio di settimane fa ha attraversato il paese dal Pacifico all’Atlantico,  un intero continente coperto da un pennacchio di fumo, e nessuno che ne abbia parlato, perché era più importante parlare di  Irma che stava per arrivare giù in Florida.
Quindi, questo è il mondo estremo — stiamo cominciando a intravederlo — quel mondo dal quale  avevano cercato di metterci  in guardia. E sentiamo frasi come “la nuova normalità”, ma queste sono parole è un po’ fuorvianti, perché non credo che – in queste cose – esista una normalità. Vedi, è esattamente la imprevedibilità che dobbiamo cercare di capire. E penso che un mondo più caldo significhi  solo che ci sono sempre meno intervalli tra un evento estremo e un altro.
AMY GOODMAN: Quindi adesso abbiamo il sindaco di Houston, Sylvester Turner, che ha annunciato di aver nominato Chief Recuperation Officer di Houston, l’ex CEO della Shell Oil Company, Marvin Odum. Turner ha dichiarato in una intervista: “Con tutte le risorse e gli ingegni che esistono a Houston, per me è stato un passo naturale cercare qualcuno capace di risolvere i problemi e creare partnership pubblico-privato, e cercarlo fuori dallo staff del mio municipio, qualcuno desideroso di aiutarci nella ricostruzione dopo inondazioni senza precedenti.  …   E con questo arriviamo al tuo libro The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism. Quando ci si trova in mezzo ad un disastro, come si deve affrontare per trasformarlo in una opportunità?
NAOMI KLEIN:  Bene, voglio dire noi dobbiamo reagire a crisi come questa. Le crisi sono messaggi. Sono messaggi che ci dicono che qualcosa non funziona nel sistema. Sai, non si tratta solo di  disastri naturali. Si tratta di disastri che sono diventati qualcosa di innaturale, che sono diventati innaturalmente delle catastrofi, certamente per effetto dell’impatto del cambiamento climatico, ma anche per effetto della deregulation, per effetto delle diseguaglianze e delle ingiustizie razziali.
E l’industria del petrolio ne è  il centro nevralgico. Se guardiamo al modo in cui una tempesta si trasforma da disastro in catastrofe, come è successo con Harvey, vediamo dove si può arrivare quando l’impatto dell’intersezione dei flussi dell’acqua, impatta con una industria del petrolio e del gas che sono state deregolate  e con una industria petrolchimica capace di creare una infernale zuppa tossica, come tu hai ampiamente detto, Amy, giusto?  E la stessa cosa accade con la violenza delle tempeste, che diventano ancora più forti per effetto dell’impatto globale provocato da queste e anche da altre industrie. Quindi, l’industria del petrolio e del gas sta rendendo più violento l’impatto delle tempeste a livello locale, cosa che abbiamo visto in città come Houston, e poi a livello mondiale, e questo per un effetto cumulativo della combustione  di tutti questi carburanti fossili.
E allora, chi andiamo a cercare per fare il responsabile della ricostruzione se non un ex CEO della Shell Oil, una delle più grandi società petrolifere che conosciamo — e di cui conosciamo le responsabilità — per l’impatto delle emissioni globali che provengono essenzialmente dalla combustione di materiali fossili. Questa roba dovrebbe essere lasciata dove sta e non dovrebbe essere usata. E questo parlando della Exxon, della Shell, della BP e delle altre società dell’industria e naturalmente del carbone, perché hanno tutte contribuito a rendere ancora più grave questo disastro. Quindi è davvero un mondo che si sta andando al rovescio, un mondo in cui quelli che sono i responsabili, quelli che dovrebbero pagare il conto dei disastri prodotti, invece vengono chiamati, come esperti, a pianificare come spendere il denaro pubblico, cosa questa che è una vera necessità ma che dovrebbe — in un mondo che avesse una mente sana  — essere speso per progettare una transizione veloce verso il 100% di energie rinnovabili, usando tutte le tecnologie disponibili. 
 Un progetto che potrebbe in effetti essere ridisegnato in tempi brevissimi e in modo equo e giusto, ma questo significherebbe che le persone che sono state maggiormente danneggiati dal modo di fare di oggi, quelle comunità che sono state avvelenate da queste industrie, quegli uomini che hanno respirato l’aria tossica, dovrebbero essere in prima fila nel possedere e nel controllare come si produce la loro propria energia rinnovabile, lavorandoci dentro, ecco, assicurandosi che i lavoratori che perdono il posto di lavoro perché le vecchie industrie chiudono, vengano prontamente riqualificati e impiegati nella produzione e nella economia di una nuova energia pulita.  Beh, pensiamo davvero che la Shell possa essere il buon pastore per guidare un processo come questo? Ovviamente no. ....
continua su Comedonchisciotte

23 settembre 2017

INQUINAMENTO INDUSTRIALE.7 MILIONI DI ITALIANI RISCHIANO PERICOLOSE RICADUTE SULLA SALUTE

Tratto da Talenti lucani

INQUINAMENTO INDUSTRIALE.7 MILIONI DI ITALIANI RISCHIANO

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Le aree a rischio inquinamento industriale con pericolose ricadute sulla salute sono abitate da circa sette milioni di persone. Lo ricorda Angelo Bonelli, coordinatore dei Verdi, dopo la notizia dei veleni rilevati nel sangue dei ragazzi in Veneto.
“La notizia dei veleni rilevati nel sangue dei ragazzi in Veneto purtroppo è la punta di un iceberg di un problema drammaticamente diffuso in tutto il Paese che è stato finora sottovalutato dal Ministero della Salute e da quello dell’Ambiente”, scrive Bonelli in una nota.
“Sono milioni le persone che vivono in aree da bonificare- ricorda Bonelli- il cui sangue è stato contaminato da inquinanti che causano malattie e problemi seri alla salute, tra i quali il cadmio, l’arsenico, il piombo, Ddt e Pcb, il Tbbp-A e il Pbde, i perfluoroctani (Pfc) e, ultimi arrivati, il Pfas e il Pfoa. Da Priolo a Porto Torres in Sardegna, dalla Valle del Sacco nel Lazio fino a Taranto con l’Ilva passando per la Laguna di Grado e Marano in Friuli Venezia Giulia, arrivando ai casi attuali in Veneto i danni ambientali e alla salute dei cittadini sono enormi e da sempre sottovalutati. Che la situazione sia drammatica- prosegue l’ecologista- è dimostrato anche da molte indagini scientifiche effettuate finora: nel nostro sangue c’è un po’ di tutto, soprattutto ciò che non ci dovrebbe essere. Alcune hanno rilevato fino a 73 sostanze chimiche artificiali (cioè prodotte dall’industria). Le persone analizzate avevano età comprese tra dodici e 92 anni, di tre generazioni diverse: nonne, mamme e figli. Ciascun componente familiare è risultato contaminato da un insieme di almeno 18 sostanze, molte delle quali presenti negli oggetti impiegati ogni giorno”.
Il grande problema oggi del Paese “da tempo denunciato da noi Verdi – afferma Bonelli – è che respiriamo l’aria inquinata dai veleni nelle città o in prossimità delle grandi industrie. E’ necessario che in queste aree ci siano maggiori controlli per impedire inquinamenti pericolosi per la salute dei cittadini e promuovere una serie di monitoraggi epidemiologici per tenere sotto controllo la presenza degli inquinanti nel nostro sangue e nei nostri polmoni. Ma se non si avvia un grande piano di bonifica delle aree inquinate – rincalza il leader dei verdi – e di conversione ecologica delle industrie inquinanti si rischia di dover fare i conti con un problema che coinvolgerà sempre più persone, visto che allo stato attuale sono più di 7 milioni i cittadini coinvolti in aree a rischio. La disattenzione e l’indifferenza- conclude Bonelli- con le quali la politica sta affrontando questi problemi sono inaccettabili.

Greenreport Pericolosi livelli di mercurio nelle giovani donne in età fertile di tutto il mondo

Tratto da greenreport

Pericolosi livelli di mercurio nelle giovani donne in età fertile di tutto il mondo

Centrali carbone e piccole miniere d’oro le cause principali
[22 settembre 2017]
Secondo il nuovo studio “Mercury in Women of Child-bearing Age in 25 Countries”, pubblicato  da Ipen (un  global public health & environment network) e dal  Biodiversity research institute (Bri), «Il mercurio, un metal neurotossico è stato trovato  livelli elevati in diverse regioni del mondo nelle donne in età fertile».
Dalo studio è emerso che   «Le donne delle isole del Pacifico e delle comunità vicine ai siti minerari di oro  in  Indonesia, Kenia e Myanmar, presentano un livello medio di mercurio molto più alto dei livelli considerati salubri dall’ Environmental protection agency Usa».
Lo studio è stato realizzato per misurare i livelli di mercurio che possono causare danni neurologici nell’organismo.  Ipen e Bri ricordano che «Il  mercurio nel corpo di un madre può trasferirsi al suo feto durante l gravidanza, esponendo il feto alla potente neurotossina durante lo sviluppo». Lo studio è il primo ad analizzare così tanti Pesi e regioni e  concentrarsi sulle donne in età fertile.
I ricercatori dell’Ipen hanno coordinato la raccolta di campioni di capelli di 1.044 donne in età fertile in 37 siti di 25 Paesi in tutti i continenti, mentre le analisi realizzate dal Bri hanno rilevato che «Il 36% delle donne valutate presentano livelli medi di mercurio superiori al livello consentito dall’Epa negli Usa di 1 ppm, oltre il quale si può presentare danno cerebrale, perdita di coefficiente intellettivo e danni renali e cardiovascolari». Inoltre, lo studio ha rivelato che il 55% dei campioni globali delle donne presenta un livello di mercurio superiore a 0.58 ppm, associato alla comparsa di danni neurologici fetali.
In tutto il mondo, lo studio ha riscontrato livelli particolarmente elevati di mercurio nei capelli delle donne che sono legati a tre cause predominanti di inquinamento da mercurio: centrali elettriche a carbone (una delle principali fonti di inquinamento degli oceani con mercurio che si accumula nei pesci a livello globale); piccole miniere artigianali di oro (artisanal small-scale gold mining – Asgm); siti locali inquinati da diversi tipi di industrie che sversano mercurio nell’acqua, nel suolo e nell’aria.
Nelle isole del Pacifico, lontane da ogni fonte industriale di mercurio, ma dove il pesce è il cibo primario, l’85.7% delle donne ha livelli di mercurio superiori a 1 ppm, e la maggioranza mostra livelli tre volte superiori al livello standard dell’Epa. Imogen Ingram di Island Sustainability Alliance, che vive alle Isole Cook, ha saputo che i suoi livelli di mercurio superno di 2.5 volte il limite consentito dall’Epa e spiega cosa si prova: «E’ davvero allarmante sapere che hai alti livelli tossici di mercurio nel corpo e che, senza saperlo, hai passato questo mercurio a tuo figlio. La contaminazione da mercurio nelle isole del Pacifico è alta perché mangiamo pesce. Però non chiedo che mi venga proibito di mangiare pesce. L’energia creata con il carbone, una delle principali fonti di contaminazione di mercurio negli oceani, è il vero colpevole. E’ ora di eliminarla».
Più della metà delle donne esaminate  nelle comunità vicino  piccole miniere d’oro in Indonesia, Kenya, Myanmar è Paraguay hanno livelli superiori a 1 ppm.  Lo studio evidenzia che «Con l’eccezione del Paraguay, dove il pesce non è un fonte proteica base, l’81% delle donne supera il livello di 1 ppm e le donne dei siti indonesiani presentano livelli da 3 a 9 volte superiori al limite del mercurio dell’Epa Usa».
Yuyun Ismawati, responsabile per le artisanal small-scale gold mining e vincitrice del Premio Goldman, ha ricordato che «Milioni di donne e bambini delle comunità dove si estrae l’oro con il mercurio sono condannati a un futuro nel quale il mercurio colpisce la salute degli adulti e danneggia il cervello in sviluppo dei loro figli. Mentre continua il commercio del mercurio, continuerà anche questa tragedia»......
Dal 24 al 29 settembre si terrà a Ginevra, in Svizzera, il summit mondiale della Minamata Convention on Mercury, entrata in vigore il 16 agosto 2017,  durante il quale i rappresentanti di governi di tutto il mondo discuteranno dell’attuazione del nuovo accordo internazionale legalmente vincolante- Lo studio sottolinea la necessità di linee guida per identificare i siti contaminati da mercurio, controllare i livelli di mercurio nel fisico degli esseri umani e adottare le iniziative per ridurre le principali fonti di inquinamento da mercurio: centrali elettriche a carbone, miniere Asgm.
Uno degli autori dello studio, David Evers, direttore esecutivo del Bri, conclude: «Questo studio fa risaltare l’importanza della cooperazione globale per risolvere  la contaminazione da mercurio. In tutto il mondo, l’inquinamento da mercurio si concentra nei sistemi marini e di acqua dolce. I punti critici biologici  del mercurio sono comuni a livello globale e sono associati a molteplici attività umane. Quindi, è essenziale che continuiamo a bio-monitorare gli sforzi per definire l’impatto potenziale sulle nostre comunità locali e sull’ambiente, con il fine di valutare l’efficacia della Minamata Convention on Mercury».

21 settembre 2017

Sabato mattina a Taranto un convegno per approfondire “una nuova valutazione del danno ambientale e il suo risarcimento”

Immagine storia relativa a inquinamento salute tratta da CORRIERE DEL GIORNO (Registrazione)             Tratto da Il Corriere del Giorno
Sabato mattina  a Taranto un convegno per approfondire “una nuova valutazione del danno ambientale e il suo risarcimento”
ROMA – Aumento della mortalità infantile del 21 per cento, delle malattie tumorali sempre per i bambini del 54 per cento, della mortalità in generale per il tumore al polmone e l’infarto al miocardio del 13 per cento. Sono solo alcuni dati choc delle varie indagini epidemiologiche condotte sulla città di Taranto, con particolare riferimento ai rioni Tamburi e Paolo VI, ormai tristemente noti in Italia per essere quelli più esposti a uno dei casi di inquinamento ambientale più grave del Paese, quello legato all’Ilva.

lo stabilimento Ilva di Taranto
Evidenze che, come  spesso accade in queste circostanze, sono oggetto di accese discussioni e di interpretazioni divergenti.....
Negli ultimi mesi diversi cittadini della città pugliese si sono rivolti a Studio 3A  chiedendo di essere assistiti rispetto alla grave situazione ambientale con cui devono convivere e alle sue ricadute: di qui l’idea da parte della società di promuovere un’occasione pubblica di confronto sulle possibili strategie anche alternative da attuare
Due, in particolare, i punti sui quali batterà l’azienda: Il primo parte dalla constatazione che la maggior parte dei grandi processi penali per inquinamenti e danni alla salute dei lavoratori e/o dell’intera comunità si sono conclusi con degli amari nulla di fatto, vedi quello per le morti da Cvm al Petrolchimico di Porto Marghera o per l’amianto di Casale Monferrato. Dibattimenti trascinatisi per decenni, centinaia di costituzioni di parte civile da parte delle vittime o dei loro familiari, e poi arriva la prescrizione a negare ogni forma di giustizia. La nuova legge del 2015 che per la prima volta ha introdotto i delitti contro l’ambiente nel codice penale rappresenta un passo avanti, ma non risolve la questione, legata ai ben noti problemi di lentezza della giustizia italiana.
Anche per questo la filosofia di Studio 3A è quella di non aspettare l’esito dei processi penali ma di avviare senza indugio – non appena la magistratura metta dei punti fermi circa le responsabilità del soggetto inquinatore – azioni civili per il risarcimento dei danni, perché in questo modo è più semplice far valere i diritti dei danneggiati ma anche perché ciò costituisce il miglior deterrente contro i reati ambientali: le aziende sono sensibili più di tutto agli aspetti economici e così si toccano anche e pesantemente sul portafoglio.
L’altro aspetto fondamentale, che non viene quasi mai (colpevolmente) valorizzato in questi casi, è quello legato al cosiddetto danno da angosciaLa storica sentenza numero 2515 del 21 febbraio 2002 della Corte di Cassazione Civile, Sezioni Unite, per il “caso Seveso“, ha riconosciuto il diritto di farsi risarcire il danno esistenziale, anche soltanto sotto il profilo della paura e dell’angoscia, e anche laddove non ci si trovi in presenza di patologie fisiche. Chi, insomma, dimostra di aver subito un turbamento emotivo in presenza di un inquinamento ambientale va risarcito anche in mancanza di lesioni biologiche. Un principio, questo, applicabile in tutta evidenza anche al “caso Taranto”, indipendentemente dalla gravità dei danni alla salute, perché qui non solo i rioni più colpiti ma tutta una comunità ha comunque subito un danno, siamo di fronte a migliaia di persone che vivono nel terrore di poter sviluppare un domani malattie gravi, che ad ogni folata di vento più intenso devono sbarrare le finestre e chiudersi in casa: un vivere che non è vivere. 

Grandi investitori istituzionali alle banche: “Fate di più sul fronte del clima”

Tratto da Lifegate
Cento grandi investitori alle banche: “Fate di più sul fronte del clima”
Un gruppo di investitori istituzionali ha lanciato un appello alle 62 più importanti banche del mondo: “Garantiscano trasparenza sul clima”.

I grandi gruppi finanziari internazionali devono dimostrarsi in grado di prendere in considerazione seriamente i rischi ambientali legati ai loro investimenti. Devono fornire maggiori informazioni in merito, garantire trasparenza e svelare in che modo intendono limitare i rischi e sfruttare le opportunità legate ai cambiamenti climatici”. È con queste parole che un gruppo di cento grandi investitori si è rivolto, in una lettera aperta, agli amministratori delegati di 62 tra le più importanti banche del mondo.

“Per limitare il riscaldamento globale anche le banche devono cambiare”

Tra i destinatari dell’appello figurano Bank of America, Deutsche Bank, HSBC Holdings, JP Morgan Chase, Mitsubishi UFJ Financial Group, BNP Paribas, Australia and New Zealand Banking Group, Société Générale, Crédit Agricole e Natixis. “I cambiamenti climatici e la transizione verso un modello a basse emissioni generano rischi e opportunità concrete per gli investitori. Soltanto assicurando maggiore trasparenza si può consentire a questi ultimi di poter giudicare e mettere a confronto le performance ambientali di ciascuna banca”, ha spiegato Isabelle Cabie, della società di gestione del risparmio lussemburghese Candriam.
Limitare la crescita della temperatura media globale a due gradi centigradi entro la fine del secolo implica un cambiamento importante nel nostro modus operandi finanziario ed economico. Per questo vogliamo comprendere in che modo il problema sia affrontato dai massimi dirigenti dei principali gruppi internazionali”, le ha fatto eco Lauren Compere, della società americana Boston Common Asset Management.

“Chi investe nel carbone americano rischia di perdere 104 miliardi di dollari”

Gli investitori citano in particolare uno studio universitario nel quale si sottolinea come gli investimenti rischino perdite comprese tra il 5 ed il 20 per cento del valore complessivo dei portafogli se non si farà abbastanza per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra. Un’altra analisi più recente, curata da Carbon Tracker, ha parlato di 2.300 miliardi di dollari di valori di Borsa che potrebbero volatilizzarsi a causa della svalutazione di imprese particolarmente inquinanti, a partire da quelle attive nel settore petrolifero.
Infine, una settimana fa, la stessa ong ha pubblicato un rapporto nel quale si dimostra che gli azionisti delle grandi compagnie dell’energia degli Stati Uniti rischiano di perdere fino a 104 miliardi di dollari. Ciò perché, ad esempio, il 78 per cento delle centrali a carbone americane non sarà più competitivo di qui al 2025.

Servono investimenti colossali per centrare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi

“Il gas a buon mercato e le energie rinnovabili continueranno a erodere il mercato del carbone. Il presidente Donald Trump si è impegnato a rilanciare il settore, ma la realtà è che l’eliminazione progressiva dell’industria carbonifera permetterà di risparmiare miliardi di dollari e di migliorare l’economia statunitense”, ha dichiarato Matthew Gray, co-autore del rapporto, secondo quanto riportato dal magazine francese Novethic.
I firmatari della lettera alle 62 banche indicano infine che, per poter essere certi di centrare gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi, occorrerà investire non meno di 93mila miliardi di dollari, di qui al 2030. L’equivalente di quello che si prevede possa essere il valore del prodotto interno lordo mondiale di un anno intero, nel 2020.

20 settembre 2017

Milano: Domenica 24 settembre “Sotto questo sole, la centrale a carbone e le colpe di nessuno”




Roma, 18 settembre 2017

Milano: Domenica 24 settembre “Sotto questo sole, la centrale a carbone e le    colpe di nessuno” scritto,                         diretto e interpretato da Bebo Storti
Spettacolo teatrale promosso dal                          WWF Italia  e Officine Soliman
Ospitato presso la sede del WWF Italia di Milano,
Via Tommaso da Cazzaniga (Metro Moscova)
Domenica 24 settembre alle ore 21, nell’ambito dell’iniziativa Green City del Comune             di Milano, il WWF Italia ospiterà presso i suggestivi giardini della sua sede milanese in Via           Tommaso da Cazzaniga la prima nazionale dello spettacolo teatrale “Sotto questo sole,             la centrale a carbone e le colpe di nessuno”, scritto, diretto e interpretato da Bebo               Storti, in scena insieme alla Compagnia dei Cattivi Maestri di Savona.
Attraverso il linguaggio universale del teatro, passando facilmente dal riso alla             commozione grazie alla maestria degli interpreti, l’associazione del Panda ha scelto di                 portare all’attenzione del grande pubblico la vicenda della centrale a carbone di                       Vado Ligure e il delicato rapporto tra salute, ambiente e lavoro, per stimolare                   una profonda riflessione sulla inalienabile esigenza di far convivere i diritti di                             cittadini   con lo sviluppo economico del Paese e la tutela del territorio.
Proprio in questi giorni, l’Italia si sta giocando una partita molto importante per               il proprio futuro: il Governo nelle prossime settimane pubblicherà la Strategia energetica nazionale, attraverso la quale si deciderà la traiettoria energetica del               Paese per almeno i prossimi 20 anni. Il Governo per la prima volta sta prendendo in               esame la possibilità di una chiusura delle centrali a carbone, ma senza chiarire bene la                 scelta dello scenario e, quindi, la data effettiva dello stop. Per il WWF Italia, la chiusura         deve avvenire entro il 2025, in linea con altri Paesi europei, dicendo addio ad una fonte           fossile causa in Italia di circa 8 morti a settimana e di una spesa sanitaria annua calcolata             di 1,4 miliardi di euro.
Lo spettacolo rientra nelle attività di sensibilizzazione della campagna Stop           Carbone del WWF Italia, che ha l’obiettivo della chiusura di tutte le centrali a carbone                in Italia entro il 2025.
Spettacolo gratuito fino a esaurimento posti:
Per prenotazioni wwfrp@wwfrp.it 
Per informazioni 06/85376509 dal lunedì a venerdì dalle 10 alle 16



17 settembre 2017

Deriva Elettrosmog, Medici ISDE: “Fermate Il 5G, È Un Rischioso Esperimento Sulla Salute”

Di Maurizio Martucci

Deriva Elettrosmog, Medici ISDE: “Fermate Il 5G, È Un Rischioso Esperimento Sulla Salute”

Tratto da Ultimavoce.it
La parabola Davide contro Golia rivive nel 5G? Da una parte (attesi gli aggiornamenti OMS sugli effetti cancerogeni dell’elettrosmog, classe 2B IARC) l’appello al Governo per anteporre all’inarrestabile avanzata dell’irradiazione elettromagnetica l’inalienabile diritto di tutelare la salute pubblica. 
Dall’altro il business per l’ipercomunicazione mondiale in wireless, ricca torta da 225 miliardi di Euro fino al 2025 (stima UE), con l’asta per le nuove frequenze prevista nella prossima legge di bilancio (introito, almeno 2 miliardi). In mezzo (tipo cavie), 4 milioni di inconsapevoli abitanti tra Milano, Bari, L’Aquila e Matera che (fonte Ministero per lo Sviluppo Economico) per primi entreranno nella sperimentale fase di lancio della tecnologia di quinta generazione, il 5G sponsorizzato dall’Europa nel 5G Action Plan come strategia “per affrontare la sfida di rendere la realizzazione di 5G per tutti i cittadini e le imprese entro la fine di questo decennio”. 
Una sfida al futuro da pagare a caro prezzo: cosa si rischia se saranno ignorate le possibili ripercussioni sanitarie dell’invisibile groviglio elettromagnetico, senza precedenti nella storia dell’umanità? Nuove mini stazioni radio base (microcelle Massive MIMO e Beamforming) saranno infatti installate sui tetti di migliaia di case italiane, si pensa addirittura una per ogni abitazione, da sommare ai 60.000 siti di ripetitori di telefonia mobile già esistenti (Telecom ne ha 17.000, Vodafone altrettanti, Wind Tre ulteriori 26.000). E in più: saranno alzati i livelli di riferimento indiretti in campo elettrico? 
Se si, come e con quali pericoli per la salute?

Urge “una moratoria per l’esecuzione delle ‘sperimentazioni 5G’ su tutto il territorio nazionale sino a quando non sia adeguatamente pianificato un coinvolgimento attivo degli enti pubblici deputati al controllo ambientale e sanitario (Ministero Ambiente, Ministero Salute, ISPRA, ARPA, dipartimenti di prevenzione), non siano messe in atto valutazioni preliminari di rischio secondo metodologie codificate e un piano di monitoraggio dei possibili effetti sanitari sugli esposti, che dovrebbero in ogni caso essere opportunamente informati dei potenziali rischi”. L’appello dell’ ISDE-Associazione Medici per l’Ambiente (l’International Society of Doctors for the Environment è in rapporto consultivo con l’OMS e l’UNECOSOC) denuncia che per promuovere il 5G si “renderà necessaria l’installazione di numerosissimi micro-ripetitori (con aumento della densità espositiva). Esiste la possibilità che quasi ogni palazzo possa avere una micro-antenna 5G”.....Continua qui
Leggi anche  su infoamica

Gli scienziati lanciano l’allarme sui possibili effetti nocivi sulla salute dovuti alla tecnologia 5G

13 settembre 2017
Noi sottoscritti, più di xxx scienziati da xxx paesi, chiediamo la moratoria all’introduzione della tecnologia di telecomunicazione di quinta generazione, detta anche “5G”, fino a che scienziati indipendenti dall’industria non avranno completamente studiato i potenziali pericoli per la salute umana e per l’ambiente. La tecnologia 5G aumenterà sensibilmente l’esposizione ai campi elettromagnetici di radiofrequenza, aggiungendoli a quelli prodotti già dalle tecnologie 2G, 3G, 4G, Wi-Fi e altre. E’ stato dimostrato che i campi elettromagnetici di radiofrequenza sono dannosi per l’Uomo e per l’ambiente.
Con l’uso sempre più intensivo delle tecnologie senza filinessuno potrà evitare di essere esposto perché, a fronte dell’aumento di trasmettitori della tecnologia 5G (all’interno di abitazioni, negozi e negli ospedali) ci saranno, secondo le stime, “da 10 a 20 miliardi di connessioni” (frigoriferi, lavatrici, telecamere di sorveglianza, autovetture e autobus autoguidati, ecc.) che faranno parte del cosiddetto Internet delle Cose”. Tutto questo potrà causare un aumento esponenziale della esposizione totale a lungo termine di tutti i cittadini europei ai campi elettromagnetici da radiofrequenza.
L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), ovvero l’agenzia che si occupa di cancro per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nel 2011 ha concluso che i campi elettromagnetici nelle frequenze da 30 KHz a 300 GHz sono “Possibili Cancerogeni per l’Uomo”, inserendoli nella classificazione del Gruppo 2B. Tuttavia, nuovi studi come quello del Programma Nazionale di Tossicologia degli Stati Uniti, di cui si è detto sopra, e diverse indagini epidemiologiche, tra cui gli ultimi studi sull’utilizzo di telefoni cellulari e sui rischi di cancro al cervello, confermano che le radiazioni da radiofrequenza sono cancerogene per gli esseri umani.
Gli effetti nocivi dell’esposizione alla radiofrequenza sono già stati dimostrati continua qui

16 settembre 2017

Inquinamento rischio accertato per la salute: potremmo vivere due anni in più se la qualità dell’aria migliorasse

Tratto da Webmagazine

Inquinamento: potremmo vivere due anni in più se la qualità dell’aria migliorasse 

Fenomeni dovuti anche all’inquinamento come uragani, estati caldissime, siccità indicano in maniera univoca che le cose non stanno andando per il verso giusto. Detto ciò, occorre necessariamente un’inversione di rotta per il nostro futuro, prima che sia troppo tardi. Sappiamo bene, però, che non è così, visto che la nostra società fatica ad adattare le proprie abitudini in modo da impattare il meno possibile sullo stato del pianeta.

Secondo una ricerca dell’Università di Chicago un miglioramento delle condizioni dell’aria che respiriamo potrebbe portare a notevoli benefici.

Attraverso uno studio internazionale portato avanti dall’Università di Chicago sono state sviluppate delle mappe che potrebbero aiutarci a capire realmente la gravità della situazione.
Come possiamo notare, India e Cina sono i paesi con l’aria più inquinata del mondo.
Secondo l’Air Quality-Life Index, India e Cina sono i paesi con l’aria più inquinata
Partendo dai dati sull’inquinamento dell’aria dovuto alle polveri sottili, infatti, la ricerca ha messo a punto l’Air Quality-Life Index e ha realizzato una mappa in cui mostra quanti anni di vita potrebbero guadagnare le persone in giro per il mondo se le rispettive nazioni aderissero agli standard proposti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Chi abita nel Nord Italia potrebbe guadagnare oltre due anni di vita se venissero rispettati gli standard proposti dall’OMSLa riduzione delle emissioni in Cina e India potrebbe portare a oltre tre anni di vita in più. Per quanto riguarda invece il nostro Paese, la situazione non è meno preoccupante. Il Nord Italia, infatti, appare come la zona più inquinata d’Europa insieme alla Germania centrale. Se venissero rispettati gli standard proposti dall’OMS e se si attuasse un cambiamento drastico chi abita nel Nord Italia potrebbe guadagnare oltre due anni di vita.
Secondo gli standard nazionali, invece, il guadagno sarebbe molto inferiored
L’inquinamento atmosferico rappresenta un rischio accertato per la salute umana ed è un problema da prendere in seria considerazione, altrimenti, nel medio e lungo termine, le nostre condizioni di salute, e di vita, saranno sempre peggiori. Insomma, è ora di smettere di discutere ed iniziare a fare qualcosa di concreto per salvare il pianeta.

15 settembre 2017

Il WWF sulla Strategia Energetica Nazionale:: uscire dal carbonio e non solo dal carbone entro il 2050

Tratto da Qualenergia

Il WWF sulla SEN: uscire dal carbonio e non solo dal carbone entro il 2050

Le proposte del WWF Italia sulla Strategia Energetica Nazionale: serve una vera decarbonizzazione, garantendo una migliore sicurezza energetica e incrementi dei livelli di occupazione. Per farlo bisognerà puntare sull'abbandono delle fonti fossili, puntare su rinnovabili, efficienza e mobilità collettiva.
Come decine di altre associazioni ambientaliste e di categoria, anche il WWF Italia ha presentato ai ministeri dello Sviluppo Economico e dell'Ambiente le proprie osservazioni (vedi allegato in basso) alla proposta di SEN 2017 di cui si appena conclusa la consultazione pubblica sul documento preliminare (alcuni articoli sulla SEN).
Pur apprezzando il fatto che la proposta di Strategia Energetica Nazionale assuma, finalmente, gli obiettivi climatici come uno dei cardini imprescindibili del contesto in cui agire, il WWF evidenzia una serie di criticità nell'impostazione e nei contenuti del documento.
Al tempo stesso avanza un insieme di proposte volte a indirizzare le politiche energetiche nazionali verso una vera decarbonizzazione (non solo uscita carbone, ma dal carbonio) garantendo, nel contempo, una migliore sicurezza energetica e incrementi dei livelli di occupazione.
Come raggiungere insieme questi tre obiettivi? Per il WWF è necessario abbandonare i combustibili fossili - completa uscita del carbone dal 2025, accelerazione dell'uscita da petrolio e gas - e puntando sulla produzione da fonti rinnovabili, sull'efficienza energetica, sulle smart grid, sul riassetto modale e sull'elettrificazione nei trasporti.
“I crescenti impatti del cambiamento climatico ci devono infatti spingere ad accelerare la transizione, per evitare le conseguenze peggiori del caos climatico, mettendo in atto politiche energetiche ambiziose con obiettivi chiari e con l'individuazione puntuale degli strumenti necessari a conseguirli” spiega il WWF.
L’associazione ambientalista, tra l'altro, chiede di:
  • partire dall'obiettivo di completa decarbonizzazione al 2050, tracciare la traiettoria, i milestones e uno scenario (o più scenari) conseguenti
  • completare la dismissione delle centrali a carbone entro il 2025;
  • puntare ad almeno il 55% di approvvigionamento da rinnovabili elettriche entro il 2030;
  • puntare ad almeno il 40% di efficienza energetica entro il 2030;
  • limitare le infrastrutture e il consumo di gas, in modo da non rallentare la decarbonizzazione;
  • porre termine a uso dei carburanti fossili, il futuro è nella mobilità collettiva, dolce ed elettrica;
  • attuare una più corretta analisi quali-quantitativa della futura domanda elettrica, mirando a ridurla.
Il WWF si augura che dopo la consultazione si dia avvio a sessioni di ascolto e confronto con e tra gli stakeholders, facendo sì che il testo finale scaturisca concretamente da un confronto aperto e trasparente.

Valutazione economica degli effetti sanitari dell’inquinamento atmosferico

Tratto da Peacelink
L'inquinamento atmosferico ha un costo ed esiste un metodo per calcolarlo

Valutazione economica degli effetti sanitari dell’inquinamento atmosferico: la metodologia dell’EEA

Gli atti del workshop Taranto 23/24 luglio 2012
Fonte: ARPA - 14 settembre 2017
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, durante l’Health Assembly conclusasi nel maggio di quest’anno a Ginevra, ha riconosciuto l’inquinamento atmosferico come il rischio più grave oggi presente in materia di salubrità dell’ambiente.E nonostante il report “Air pollutant emissions declining, but stillabove limits” dell’Agenzia Europea per l’Ambiente evidenzi un trend in diminuzione delle emissioni dal 1990 al 2013, non può tacersi il fatto che vari Paesi europei hanno ancora valori ampiamente superiori a quelli indicati dalla Comunità Europea

1.Nell’Unione Europea, la scarsa qualità dell’aria è la prima causa ambientale di morte prematura e presenta un costo in termini di vite umane più elevato di quello degli incidenti stradali. L’inquinamento dell’aria è causa, inoltre, di perdita di giorni di lavoro e di elevati costi sanitari e sociali, poiché colpisce in misura maggiore le fasce di popolazione più vulnerabili (bambini, anziani, asmatici). La Commissione Europea stima che il costo diretto dell’inquinamento atmosferico per la società nel suo complesso ammonti a circa 23 miliardi di euro l’anno. Le esternalità legate al solo impatto sulla salute sono stimate intorno ai 940 miliardi di euro (il 9% del Pil dell’UE)

2.L’emissione e la concentrazione d’inquinanti nell’aria, se da un lato sono certamente collegate a fenomeni di scala nazionale ed extra-nazionale, dall’altro mostrano una rilevante variabilità locale che è legata a scelte economico–produttive oltre che ad aspetti sociali e ad altre componenti ambientali. In questa prospettiva, la lotta all’ inquinamento e la prevenzione dei rischi per la salute sono intimamente legate e costituiscono sicuramente una priorità da perseguire a livello locale, nazionale e internazionale, attraverso politiche mirate che sappiano trovare il giusto equilibrio tra il rispetto e la non violazione dei parametri di stabilità economica e i costi per la collettività derivanti dall’impatto degli inquinanti sulla salute; esse rappresentano inoltre, allo stesso tempo, anche un impegno che tutti dobbiamo assumerci.
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3.Un sistema siffatto potrà e dovrà trovare nello studio del rapporto tra qualità dell’ambiente, diritto alla salute e condizioni socio economiche e uno dei propri grandi scenari di riflessione e di sviluppo,anche in termini di supporto alle decisioni di policy. Un’occasione unica per porci finalmente come sistema pubblico all’altezza della complessità del nostro tempo; una sfida estremamente impegnativa e assolutamente decisiva, di cui le Agenzie sono e vogliono essere protagoniste.
Luca Marchesi
Direttore Generale ARPA Friuli Venezia Giulia
Presidente AssoArpa
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