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24 novembre 2017

GRAZIE DA UNITIPERLASALUTE ONLUS PER LE 200000 VISITE:

GRAZIE DA UNITIPERLASALUTE ONLUS

Risultati immagini per 200000 grazie
UN LUNGO PERCORSO...
PER NOI UN GRANDE TRAGUARDO....
SEMPLICEMENTE GRAZIE A COLORO  CHE  CONTINUANO A SEGUIRE  E  A VISITARE  
IL NOSTRO BLOG .

Che non vuol essere un "Blog di Successo "ma...
un Blog con un "Valore Aggiunto"
dato dall'importanza dei contenuti trattati:
LA MASSIMA TUTELA E SALVAGUARDIA DELLA NOSTRA SALUTE E DEL NOSTRO AMBIENTE .

PERCHE' "ACCRESCERE LA CONOSCENZA E DARE UNA CORRETTA INFORMAZIONE AMBIENTALE  E' PER NOI DA SEMPRE   FONDAMENTALE
ED E' FONDAMENTALE TRASMETTERLA AGLI ALTRI .

SINCERAMENTE GRAZIE A TUTTI COLORO CHE CONTINUANO A SEGUIRCI.

Il Papa e il Patriarca Bartolomeo scrivono alla Conferenza Onu sui cambiamenti climatici

Tratto da La Voce

Il Papa e il Patriarca scrivono alla Conferenza Onu sui cambiamenti climatici

Si è conclusa nei giorni scorsi a Bonn la Cop23, la 23a Conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici. Il ‘Papa dell’ecologia’, Francesco, ha espresso soddisfazione per i contenuti dell’assise, ma anche seria preoccupazione sull’efficacia degli impegni presi, se non verranno supportati da una “coscienza responsabile” condivisa da tutti gli Stati.
Fin dallo storico Accordo di Parigi del 2015 – ha ricordato il Papa – è stato indicato “un chiaro percorso di transizione verso un modello di sviluppo economico a basso o nullo consumo di carbonio, incoraggiando alla solidarietà e facendo leva sui forti legami esistenti tra la lotta al cambiamento climatico e quella alla povertà. Tale transizione viene poi ulteriormente sollecitata dall’urgenza climatica che richiede maggiore impegno da parte dei Paesi, alcuni dei quali dovranno cercare di assumere il ruolo di guida di tale transizione, avendo ben a cuore le necessità delle popolazioni più vulnerabili”.
Per il futuro, “dovremmo evitare di cadere in questi quattro atteggiamenti perversi, che certo non aiutano alla ricerca onesta e al dialogo sincero e produttivo sulla costruzione del futuro del nostro pianeta: negazione, indifferenza, rassegnazione e fiducia in soluzioni inadeguate.
D’altronde, non ci si può limitare alla sola dimensione economica e tecnologica: le soluzioni tecniche sono necessarie ma non sufficienti; è essenziale e doveroso tenere attentamente in considerazione anche gli aspetti e gli impatti etici e sociali del nuovo paradigma di sviluppo e di progresso nel breve, medio e lungo periodo.

22 novembre 2017

Ansa: Inquinamento dell'aria mette a rischio la fertilità maschile

Tratto da Ansa 

Inquinamento dell'aria mette a rischio la fertilità maschile

Esperti, polveri sottili associate a sperma di qualità inferiore

L'inquinamento dell'aria potrebbe danneggiare la fertilità maschile. Alti livelli di polveri sottili (Pm2.5) sono infatti associati a un liquido seminale di qualità inferiore. A suggerirlo è una ricerca pubblicata sulla rivista Occupational & Environmental Medicine.

Un team internazionale di scienziati ha preso in esame 6.500 uomini taiwanesi tra il 2001 e il 2014 per indagare gli effetti di esposizioni brevi o prolungate alle polveri sottili. Come previsto dalle linee guida dell'Organizzazione mondiale della sanità, sono stati analizzati numero, forma, dimensione e motilità degli spermatozoi.

L'esposizione al Pm2.5 è risultata essere associata a dimensione e forma anormali degli spermatozoi. Al contrario, il numero di spermatozoi ha mostrato un incremento, che per gli esperti potrebbe essere dovuto a un meccanismo di compensazione, come risposta al peggioramento nella morfologia.

La portata dell'effetto riscontrato è relativamente piccola in termini clinici, spiegano gli studiosi. Tuttavia, avvertono, "data l'ubiquità dell'esposizione all'inquinamento atmosferico, un effetto contenuto del Pm2,5 sulla normale morfologia degli spermatozoi può comportare un numero significativo di coppie con infertilità".

Al momento non è chiaro in che modo l'inquinamento atmosferico possa compromettere lo sperma, ma diversi componenti del particolato, come i metalli pesanti e gli idrocarburi policiclici aromatici, sono stati collegati al danneggiamento degli spermatozoi in studi sperimentali.

Contadino peruviano porta in tribunale Multinazionale tedesca.

 Tratto da dolcevitaonline.it

Contadino peruviano porta in tribunale Multinazionale tedesca. 

Risultati immagini per Luciano Lliuya

Un contadino peruviano sta facendo paura ai colossi mondiali dell’energia, 
a cominciare dalla multinazionale tedesca Rwe, uno dei maggiori 
produttori mondiali di elettricità da centrali a carbone e, di conseguenza,
 anche uno dei maggiori produttori di emissioni nocive nell’ambiente. 

Un uomo semplice, ma con le idee chiare, che per
 primo portarà in tribunale una multinazionale 
dell’energia per aver causato il cambiamento climatico.

LA SUA CITTÀ MINACCIATA DALLO 
SCIOGLIMENTO DEI GHIACCI. 

Luciano Lliuya vive a Huaraz, una città posta a oltre tremila metri sul livello 
del mare, sull’altipiano Callejón de Huaylas, nel nord del Perù, qui si occupa
 non solo di agricoltura, ma arrotonda la giornata facendo la guida sui 
cammini di montagna. E proprio esplorando le montagne si è reso 
conto della velocità alla quale i ghiacciai si stanno sciogliendo, 
riducendosi a vista d’occhio. Un problema che mette a rischio immediato 
anche la sua città, posta sotto ad un lago che si sta riempiendo sempre più, minacciando di inondare Huaraz e i suoi 120 mila abitanti. 

Per questo ha avuto l’idea di denunciare la tedesca Rwe, chiedendo ai 
giudici di riscontrare la sua responsabilità diretta sul surriscaldamento climatico e quindi  di imporgli di farsi carico innanzitutto delle spese necessarie per mettere in sicurezza il lago e di conseguenza la città 
di Huaraz.
UN PROCESSO CHE POTREBBE CAMBIARE LA 
STORIA. 
La causa di Luciano Lliuya è stata esaminata dal Tribunale regionale di 
Essen, in Germania, presso il quale a supporto del contadino peruviano c’era
 un pool di avvocati dell’associazione ambientalista tedesca Germanwatch.
 Un po’ a sorpresa il tribunale ha ritenuto ammissibile la denuncia e 
quindi la Rwe ora dovrà difendersi in tribunale. 
Una decisione che, specie se sarà seguita da una vera condanna, 
potrebbe contribuire a riscrivere la storia del diritto, stabilendo una responsabilità diretta da parte delle aziende maggiormente impattanti 
sui danni prodotti dal riscaldamento climatico. 

Una conseguenza che la scienza ha già provato da tempo, riuscendo 
a stabilire le percentuali di colpa tra le varie industrie. Proprio queste 
ricerche sono alla base della causa, che se per ora chiama in causa la sola Rwe chiede in realtà che tutte le multinazionali dell’energia 
prendano parte alle spese di ricompensazione in base alla loro 
percentuale di responsabilità.

LA VITTORIA DELLE MONTAGNE E DEI
 POPOLI ANDINI. 
La multinazionale tedesca ovviamente rifiuta ogni responsabilità e c’è da scommettere che tutte le corporation dell’energia si uniranno per 
contrastare questa causa. 

Un’eventuale sentenza a favore di Lliuya avrebbe come sicura 
conseguenza quella di provocare cause analoghe in tutto il mondo, costringendo le aziende rimborsare i danni del riscaldamento climatico
 per miliardi di euro. 
«Le montagne hanno vinto — ha commentato Lliuya — I laghi sono le lacrime 
delle montagne: la giustizia le ha ascoltate e ci ha dato ragione. 

Ora voglio tornare a casa sulle Ande e dire alla gente che ho potuto fare 
qualcosa per loro». La città di Huaraz è nota in Perù come “la muy noble
 y generosa ciudad” (la città molto nobile e generosa), appellativo che risale
 alla lotta per l’indipendenza del Perù e che si meritò per la dedizione 
dimostrata dai suoi abitanti alla causa.
 Un soprannome che sicuramente a meritare per molto tempo ancora.
Fontehttp://www.dolcevitaonline.it/luciano-lliuya-il-contadino-peruviano-che-sta-facendo-tremare-i-colossi-dellenergia-mondiale/

21 novembre 2017

OLTRE DUEMILA PERSONE ALLA MANIFESTAZIONE CONTRO IL REVAMPING DEGLI INCENERITORI DI COLLEFERRO

Tratto da http://www.tg24.info
COLLEFERRO – OLTRE DUEMILA PERSONE ALLA MANIFESTAZIONE CONTRO IL REVAMPING DEGLI INCENERITORI

Colleferro – Oltre duemila persone alla manifestazione contro il revamping degli inceneritori
Dopo la grande manifestazione dello scorso luglio, sabato scorso si è scesi  di nuovo in piazza per rispondere al mancato mantenimento delle promesse da parte della giunta regionale, mentre continuano i lavori di riparazione degli inceneritori di Colle Sughero. Un presidio permanente si è insediato al quartiere Scalo per vigilare sull’arrivo dei manufatti necessari alla riparazione degli inceneritori. 
Nella manifestazione di sabato sono stati ribaditi gli obiettivi della mobilitazione di Rifiutiamoli:  “Nuovi impianti per il recupero dei materiali -senza la necessità dell’incenerimento- possono e debbono sostituire gli inceneritori.
La salute dei cittadini di Colleferro e della Valle del Sacco, come il destino dei lavoratori di Lazio ambiente e degli impianti di incenerimento, è legata alla creazione di una nuova filiera: dalla raccolta differenziata al recupero di materia, passando per la riduzione ed il riciclo.”
Di seguito la la nota stampa di Retuvasa: “Deve essere chiaro che non siamo di fronte ad un nuovo inizio, nel senso di un azzeramento di quanto ‘non è stato fatto ed alle sue conseguenze’. L’inquinamento progressivo dell’ambiente, il cumularsi di rischi per la salute dei cittadini, lo sperpero di denaro pubblico, la messa a rischio dei posti di lavoro sono conseguenze inevitabili della mancanza di decisione dei pubblici amministratori e, dobbiamo dirlo, della arretratezza del mondo imprenditoriale (nelle sue varie declinazioni più o meno legali)  legato alle vecchie tecniche di gestione del ciclo dei rifiuti: non sono certo conseguenze dell’azione di chi da anni vi si oppone o del movimento  Rifiutiamoli che negli ultimi mesi si è sviluppato a Colleferro e nella Valle del Sacco, movimento che -vogliamo ricordarlo- ha trovato le condizioni della sua continuità nell’istituzione della Assemblea Permanente, in cui avviene il confronto e si condividono le decisioni.....
Ai sindacati diciamo che si paga il prezzo di non aver affrontato per tempo e con decisione l’arretratezza, la corruzione e l’illegalità presenti nel sistema attuale.  Ai lavoratori, che ci dicono che gli inceneritori non sono gli impianti più nocivi, vogliamo ricordare, assieme ai diversi rapporti che ne hanno misurato inequivocabilmente la pericolosità, l’impegno che in tutti questi anni la parte più attiva della cittadinanza ha messo per portare alla luce le reali dimensioni dell’inquinamento, creando molteplici occasioni di confronto.
Ricordiamo che la gravità della situazione ambientale è stata definitivamente sancita dallo Stato con la formalizzazione del SIN Valle del Saccouno dei 40 territori più inquinati d’Italia per il quale sono necessarie azioni di bonifica. Un Sito di Interesse Nazionale, peraltro, assurdamente aggredito da numerose richieste di installazione di nuovi impianti potenzialmente inquinanti!

19 novembre 2017

A giudizio cinque dirigenti Eni per inquinamento ambientale e gestione illecita di rifiuti

Tratto da Il Corriere di Gela

A giudizio dirigenti Eni per inquinamento ambientale e gestione illecita di rifiuti

Risultati immagini per rinvio a giudizio
Per cinque dirigenti della Rafineria Eni di Gela arriva la richiesta di rinvio a giudizio da parte della Procura della Repubblica.
In una nota dei giorni scorsi del Capo dell’Ufficio inquirente del Tribunale di Gela, dott. Fernando Asaro(nella foto), che li ha incriminati per “inquinamento ambientale e gestione illecita di rifiuti”, si dà notizia della conclusione delle indagini preliminari anche a carico della stessa Raffineria “quale ente responsabile di illeciti amministrativi dipendenti da reato”. Si tratterebbe di “gestione illecita di rifiuti”, abbandonati nei fondali marini a largo di Gela.

Il comunicato della Procura 
A seguito della conclusione delle indagini preliminari, la Procura della Repubblica di Gela ha chiesto il rinvio a giudizio per 5 dirigenti della società Raffineria di Gela Spa nonché della stessa Raffineria di Gela Spa quale responsabile di illeciti amministrativi dipendenti da reato.
Dall’esito delle indagini sono emerse diverse ipotesi di reato, derivanti dalla violazione di norme del testo Unico Ambientale e del Codice penale relative ad inquinamento ambientale e gestione illecita di rifiuti all’interno della Raffineria di Gela spa.

In particolare la Procura di Gela ha contestato agli indagati il nuovo reato di inquinamento ambientale art. 452 bis codice penale, introdotto dalla nuova legge sugli ecoreati  n. 68/2015,  entrata in vigore dal 29/5/2015 Continua qui

18 novembre 2017

La mappa dell'inquinamento europeo va in Rete, ma l'Italia non c'è.....

La mappa dell'inquinamento europeo va in Rete, ma l'Italia non c'è
La mappa dell'inquinamento europeo va in Rete, ma l'Italia non c'è
Sviluppata dall'agenzia per l'ambiente, è interattiva e riporta i dati sulla qualità dell'aria in tempo reale. Ma l'Italia non c'è

GLI inquinanti dell'aria sono infidi e di solito invisibili, ma ora possono essere visualizzati in tempo reale su una mappa europea. L'ha messa a punto l'Agenzia per l'Ambiente (AEA), che l'ha presentata in occasione del "Clean Air Forum" della Commissione europea che si è aperto ieri a Parigi. 
 
La mappa "Air Quality Index" raccoglie i dati di oltre 2mila centraline, ogni tre ore si aggiorna e misura i diversi inquinanti che danneggiano salute e ambiente: le micropolveri PM10 e PM2.5, Ozono, diossido di zolfo (SO2) e diossido di azoto (NO2). Che vengono tradotti in pallini colorati dal verde al rosso, rilevando il valore peggiore per ogni inquinante, in un sistema interattivo che permette ai cittadini di zoomare e conoscere la situazione anche nei dintorni di casa propria.
 
Grande assente, ed è una mancanza che salta agli occhi, l'Italia, costellata di pallini grigi, ovvero spenti: le nostre centraline ancora non risultano, come quelle di Romania, Bulgaria e Grecia
Interpellato, il nostro Istituto per la protezione ambientale, Ispra, ha spiegato che "L'Italia possiede questi dati, ma è in ritardo nella realizzazione di un sistema unico di trasmissione all'Europa". La buona notizia è che "è però in fase di ultimazione proprio in questi mesi la piattaforma InfoARIA, un nuovo sistema informativo nazionale per la gestione dei dati e delle informazioni sulla qualità dell'aria che sarà attivo nei primi mesi del 2018". 
 
Fino ad allora i cittadini italiani potranno continuare a visualizzare i dati sulla qualità dell'aria nei rispettivi siti regionali dell'Arpa, cosà però difficile da chiedere ai cittadini europei. Che via social stanno già chiedendo all'AEA il perché della nostra assenza in una mappa che mostra chiaramente gli alti livelli di inquinamento in Polonia, e in parte della Germania, ma resta silente su un'area già nota come critica, la Pianura Padana, e su ciò che la circonda.
 
I dati italiani, anche se non visibili in tempo reale nella mappa, sono comunque raccolti e trasmessi periodicamente dall'Ispra all'Agenzia europea, che li elabora e pubblica nel suo report annuale. L'ultimo è uscito a ottobre e ha quantificato in oltre 400mila le morti premature dovute all'inquinamento in Europa

17 novembre 2017

Isde - Inquinamento dell’aria e danni alla salute: evitiamo di sottovalutare il problema

Tratto da Isde

Inquinamento dell’aria e danni alla salute: evitiamo di sottovalutare il problema

La Sezione ISDE di Torino, anche in relazione all’articolo comparso su La Stampa – Salute il 19/10/2017, ritiene, sulla base delle più aggiornate conoscenze scientifiche, che respirare aria contenente elevate concentrazioni di polveri sottili, come succede da tempo agli abitanti della Pianura Padana, sia sicuramente fonte di patologie acute e croniche. Il raffronto tra i danni causati dal vizio del fumo e i rischi conseguenti ad una esposizione forzosa ad aria inquinata è improprio e fuorviante perché nel primo caso si tratta di una scelta individuale che ricade su chi la compie, nel secondo caso,  viceversa,  i  rischi ricadono sull’insieme della collettività, compreso le sue frange più suscettibili quali bambini, donne in gravidanza, anziani.
Un simile approccio è, a nostro avviso, molto pericoloso, perché può influenzare negativamente sia le scelte cautelative individuali che, soprattutto, quelle dei decisori politici volte a migliorare la qualità dell’aria, scelte  che appaiono sempre più necessarie ed urgenti, visto che,  come emerge anche dal rapporto “Ambient air pollution: A global assessment of exposure and burden of disease”,  pubblicato nel 2016,  la Pianura Padana è  una delle zone più inquinate d’Europa.
È ormai ampiamente documentato che  a breve termine (qualche giorno) per ogni incremento di 10 mg/mdi PM10 si hanno eccessi di mortalità per cause respiratorie e per cause cardio-polmonari ed eccessi di ricoveri per cause cardiache e respiratorie. Secondo quanto emerso da recenti studi non sembra trattarsi di un’anticipazione di eventi che sarebbero comunque accaduti,  ma di un effetto netto di mortalità che sarebbe stata evitata se i livelli dell’inquinante fossero stati inferiori. Ancora più consistenti i rischi per la salute conseguenti all’esposizione a particolato fine dato che, per ogni incremento di 10 µg/m3 di PM 2.5 –si registra a  lungo termine un incremento del rischio di morte del 6% per ogni causa, del 12% per malattie cardiovascolari e del 14% per cancro del polmone .
Nel 2013 l’Agenzia per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato l’inquinamento atmosferico (outdoor air pollution) come cancerogeno per polmone e vescica, ricordando che l’esposizione a polveri sottili (PM 2,5) ha causato nel mondo 3,2 milioni di morti premature nell’anno 2010(prevalentemente per patologie cardiovascolari) e circa 223.000 morti per tumore del polmone.
Nell’ultimo Report “ Air quality in Europe” 2017 si stima che in 41 paesi europei si siano registrate  per soli 3 inquinanti (PM2,5, NO2, O3) ben 520.400 decessi prematuri nel 2014 e che, solo in Italia, essi ammontino ad oltre 90.000.
E’ inoltre documentato da tutti gli studi svolti a livello nazionale e internazionale che la cattiva qualità dell’aria si associa  anche ad aumentato rischio di mortalità infantile, abortività spontanea, nascite pre-termine, aumento dei disturbi dello spettro autistico, diabete, Alzheimer, broncopneumopatie e asma, solo per citare  le patologie di maggior rilievo.
È parimenti necessario far rilevare come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la European Respiratory Society, raccomandino limiti più restrittivi sia per il PM10 che per il PM2,5, considerando non cautelativi per la salute pubblica quelli attualmente previsti dalla normativa.
Solo una maggior consapevolezza delle conseguenze che un ambiente inquinato ha  sulla salute di tutti noi, unita alla ricerca e al riconoscimento delle molteplici fonti emissive, può far sì, tramite la lungimiranza dei decisori politici, che siano messe in atto delle misure strutturali efficaci (con tempi medio-lunghi di attuazione).
Una riduzione dell’inquinamento atmosferico contribuirebbe, altresì ad arrestare i cambiamenti climatici in atto che, come è noto, a loro volta aggravano il problema del’inquinamento e sono ulteriore causa di danni incalcolabili alla salute umana.
Comunicato congiunto a cura di:
Sede nazionale ISDE Italia e Sezione provinciale ISDE di Torino.

Osservatore Romano :Alleanza globale per chiudere l’era del carbone

Tratto da L' Osservatore Romano

Alleanza globale
per chiudere l’era del carbone
Una pala eolica e una centrale a carbone nei pressi di  Gelsenkirchen  (Ap)
Una «alleanza globale per chiudere l’era
 del carbone» è nata a Bonn, dove è in
corso la ventitreesima Conferenza delle
 Nazioni Unite sui cambiamenti climatici 
(Cop23). «Oggi nasce il gruppo 
Powering past coal, con l’obiettivo di 
fermare la produzione di energia elettrica da carbone», ha detto
 il ministro britannico per il clima e l’industria, Claire Perry, 
parlando di «punto di svolta fondamentale nella lotta per il 
clima». «Ridurre l’uso di carbone è una priorità vitale per ogni 
paese — ha spiegato — in quanto il carbone è la fonte più 
inquinante per produrre energia».

L’alleanza per la messa al bando del carbone è formata da 
venticinque paesi e regioni, ed è guidata proprio dal Regno Unito,
 che sul carbone ha costruito la sua economia e che ha annunciato
 che metterà fuori legge su territorio nazionale le centrali entro il 
2025. Ai britannici si affiancano tra gli altri Canada, Francia, 
Messico, Finlandia, Nuova Zelanda e Italia. Gli obiettivi sono
 ambiziosi: si punta a includere altri cinquanta stati entro la prossima
 conferenza sul clima, la Cop24, che si terrà nella cittadina polacca 
di Katowice, a dicembre 2018. «Serve uno sforzo condiviso per il 
successo», spiega il ministro canadese dell’ambiente Christine 
McKenna. E per il 2020 la speranza è quella di avere l’adesione
 della maggioranza dei paesi. Per ora Cina e Stati Uniti sono fuori
 dal progetto. Gli inviati della Casa Bianca hanno organizzato un
 evento per promuovere King coal, il carbone come mezzo per 
sconfiggere la povertà, ma l’iniziativa è stata criticata unanimemente.

Attualmente le emissioni di carbone contribuiscono a circa il 40
per cento del totale della produzione dei gas serra. L’alleanza,
 dunque, decisa a Bonn potrebbe accelerare il raggiungimento degli
 obiettivi preposti dall’Accordo di Parigi, a dicembre 2015, al fine di 
contenere l’aumento medio delle temperature globali sotto 1,5 
gradi centigradi.

QualEnergia:Disinvestire dai fossili, le assicurazioni iniziano a direbasta al carbone

Tratto da Qualenergia 

Disinvestire dai fossili, le assicurazioni iniziano a dire basta al carbone

Le grandi società assicurative temono sempre di più i rischi associati alle attività delle industrie più inquinanti, al punto di allentare i legami finanziari con il settore fossile più “sporco”, quello del carbone.
Secondo un rapporto curato da varie associazioni ambientaliste, Insuring Coal no More (allegato in basso), una quindicina di compagnie, soprattutto europee, ha iniziato a disinvestire, in tutto o in parte, dalla fonte energetica che emette la quantità maggiore di CO2 nell’atmosfera (vedi anche QualEnergia.it).
La buona notizia è che ai pionieri del disinvestimento fossile - Axa è stata la prima società ad annunciare, nel 2015, la riduzione dei fondi destinati al carbone - si stanno aggiungendo altri nomi, ad esempio Zurich, che nei giorni scorsi ha dichiarato che le assicurazioni possono facilitare la transizione verso un futuro a basse emissioni di gas-serra.
In particolare, evidenzia una nota del settimo gruppo assicurativo mondiale, Zurich intende applicare i suoi valori di responsabilità sociale e ambientale (ESG,environmental, social and governance) al comparto minerario, smettendo di assicurare nuovi progetti per l’estrazione di carbone e di fornire servizi di risk management alle utility che producono oltre metà dell’energia con questa risorsa fossile.
Zurich, inoltre, venderà le quote delle aziende che derivano la maggior gia parte dei loro profitti dalle miniere di carbone, o dal suo utilizzo per la generazione elettrica.
La notizia meno buona è che il cammino del disinvestimento è ancora lunghissimo, perché la campagna Unfriend Coal stima che il mondo assicurativo, finora, sia “uscito” da azioni e obbligazioni fossili per un valore di circa 20 Ttopmmiliardi di $, che però rappresenta una piccola parte dei beni complessivamente gestiti, come riassume lo schema sotto.
Le compagnie assicurative americane, in particolare, sono molto esposte sul fronte fossile, con decine di loro che in media hanno il 12% di bond sottoscritti con l’industria del carbone, sul totale delle rispettive obbligazioni. I miliardi investiti nei settori economici maggiormente responsabili dell’inquinamento globale, in definitiva, sono ancora troppi, evidenzia lo studio.
Tra l’altro, secondo i dati di CoalSwarm, le emissioni di CO2 degli impianti a carbone esistenti e in costruzione, da sole, sforeranno ampiamente il carbon budget fissato dagli ultimi accordi internazionali sul clima per limitare a 1,5-2 gradi l’aumento delle temperature terrestri, come chiarisce il grafico sotto.
Il punto, si legge nel documento, è che il mondo assicurativo ha un ruolo di primo piano nel guidare l’evoluzione economica e industriale del nostro Pianeta. Senza lecoperture finanziarie garantite dai colossi bancari, infatti, sarebbe impossibile progettare e realizzare nuovi siti minerari e le centrali a carbone già operative andrebbero chiuse.
Così le associazioni della campagna Unfriend Coal, lo scorso giugno, hanno chiesto a 25 società di adottare una serie di provvedimenti entro i mesi successivi, volti sostanzialmente a rendere “non assicurabili” le attività e infrastrutture del carbone.
Le prime rilevazioni evidenziano che il carbon risk sta entrando nelle decisioni d’investimento dei principali assicuratori mondiali, sulla scia delle crescenti preoccupazioni per gli impatti negativi dei cambiamenti climatici su vari comparti industriali.
Ma non solo carbone, ma anche pozzi petroliferi, gasdotti, piattaforme offshore - che in pochi anni potrebbero diventare stranded asset (letteralmente: beni incagliati),non più remunerativi a causa delle restrizioni ambientali e della concorrenza delle tecnologie rinnovabili.

15 novembre 2017

C'e'una transizione energetica in atto: crolla il carbone, il futuro è delle rinnovabili.

Tratto da La Repubblica.it
C'e'una transizione energetica in atto, niente e nessuno la può fermare


MILANO - Le rinnovabili sono il futuro dell'energia, i cui costi diventeranno inferiori al gas naturale. Il carbone è destinato alla scomparsa per raggiungere gli obiettivi dell'accordo di Parigi sul clima, La domanda di petrolio, nei prossimi anni è destinato a crescere, ma solo sulla spinta dei paesi emergenti, di cui soltanto l'India coprirà la metà delle nuova richiesta. E, per finire, la produzione di gas e petrolio estratto dalle rocce (shale&oil gas), invece di essere colpito dal calo dei prezzi, ha raggiunto il suo massimo.
Persino i "conservatori" dell'Agenzia Internazionale per l'Energia (Iea) si sono dovuti arrendere. Da sempre considerata la Bibbia o il punto di riferimento per l'industria degli idrocarburi, il Rapporto annuale dell'Agenzia ha dovuto ammetterlo: c'è una transizione energetica in atto, niente e nessuno la può fermare. Un piano inclinato che porta verso un futuro elettrico, dove saranno predominante le energie verdi. Il rapporto è stato pubblicato ieri e traccia uno scenario di quanto accadrà dei prossimi 20 anni: ne emerge un quadro a dir poco rivoluzionario.

Domanda energia in calo. L'Agenzia affronta anche un tema caro ai sostenitori della decrescita "felice". La domanda di energia è in calo: o meglio, la domanda cresce molto più lentamente che nei decenni passati. Secondo l'Iea "si espanderà "soltanto" del 30 per cento da qui al 2040, con una crescita del 3,4% all'anno". In pratica - si legge nel Rapporto - è come se nei prossimi 23 anni si aggiungessero un'altra Cina e un'altra India.

O ancora: è come se ogni mese si aggiungessero i bisogni di una città grande come Shanghai. Sono numero ancora "notevoli", ma con un impatto inferiore all'ultimo decennio.

Frena il carbone. Nel decennio scorso sembrava inarrestabile: dall'anno 2000, la capacità delle centrali a carbone è salita di 900 megawatt all'anno. Ora la frenata: da qui al 2040, la crescita sarà solo di 400 megawatt e per la maggior parte di impianti già in costruzione. Prendiamo l'India: nel 2016 copriva i tre quarti del mix energetico, al 2040 scenderà alla metà. Con stime che ogni anno vengono riviste al ribasso.
Persino i "conservatori" dell'Agenzia Internazionale per l'Energia (Iea) si sono dovuto arrendere. Da sempre considerata la Bibbia o il punto di riferimento per l'industria degli idrocarburi, il Rapporto annuale dell'Agenzia ha dovuto ammetterlo: c'è una transizione energetica in atto, niente e nessuno la può fermare. Un piano inclinato che porta verso un futuro elettrico, dove saranno predominante le energie verdi. Il rapporto è stato pubblicato ieri e traccia uno scenario di quanto accadrà dei prossimi 20 anni: ne emerge un quadro a dir poco rivoluzionario

Rinnovabili, il grande balzo. Lo scenario fino a un decennio fa dominato dagli idrocarburi, è completamente cambiato: Il Rapporto mette in evidenza il ruolo dell'efficienza energetica: senza i risultati ottenuti dall'innovazione tecnologica, avremmo bisogno del doppio dell'energia ora necessaria. Il gas naturale avrà il nuovo ruolo guida, ma la crescita maggiore l'avranno le rinnovabili: questo porta inevitabilmente le rinnovabili ad attrarre anche gli operatori finanziari. Alle rinnovabili andranno i due terzi di tutti i nuovi investimenti nel settore energiaal 2040.Entro questa data, le energie verdi arriveranno a coprire il 40% della domanda energetica globale, soprattutto grazie allo sviluppo dei fotovoltaico in Cina e India.
Anche l'Europa rimarrà uno dei leader del settore: "Le rinnovabili - spiega l'Agenzia - copriranno l'80% della capacità aggiuntiva e l'eolico diventerà la principale fonte di produzione subito dopo il 2030. La politica continuerà a sostenerne lo sviluppo, più che con incentivi in tariffa con il sistema dell'asta conmpetitiva. Il solare, invece, sarà "amplificato dagli investimenti nel solare da parte di proprietari di abitazioni, amministrazioni locali e comunità finanziaria".Continua a leggere  su La Repubblica.it

14 novembre 2017

Global Carbon Project- Entro il 2017 avremo respirato 41 gigatonnellate di C02 in un anno

Tratto da Il Cambiamento

Entro il 2017 avremo respirato 41 gigatonnellate di C02 in un anno

Entro il 2017 avremo respirato 41 gigatonnellate di C02 in un anno
La stima è contenuta nel rapporto 2017 compilato dal Global Carbon Project, un'iniziativa che coinvolge 76 scienziati di 57 diverse istituzioni in tutto il mondo:entro la fine del 2017 ci si attende che le emissioni globali di anidride carbonica risultino in aumento del 2% rispetto allo scorso anno, con un margine di incertezza compreso tra lo 0,8 e il 3%. E questo dopo tre anni di sostanziale stallo, dal 2014 al 2016, nella crescita di anidride carbonica.

Le emissioni globali di CO2 derivanti dall'uso di combustibili fossili e dal loro impiego nelle attività industriali raggiungeranno i 37 miliardi di tonnellate nell’anno in corso. Se si aggiunge l'anidride carbonica derivante dalla combustione di porzioni di foresta pluviale, la CO2 emessa arriverà a 41 gigatonnellate entro fine anno.

La ricerca pubblicata sulle riviste Nature Climate Change e Environmental Research Letters, arriva nei giorni della Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (COP23), che si tiene a Bonn in Germania.

Per Corinne Le Quéré, climatologa dell'Università dell'East Anglia (Inghilterra) che ha guidato lo studio, il dato è «molto preoccupante», e con queste emissioni, «la finestra di tempo per provare a tenere il riscaldamento globale sotto i + 2°C dall'era pre-industriale si sta esaurendo, per non parlare dei +1,5 °C». Potremmo insomma esserci avviati sulla strada dei +3°C, con conseguenze potenzialmente catastrofiche, che peraltro si possono già vedere.

Intanto emerge che i centri urbani del pianeta sono responsabili del 70% delle emissioni di CO2 derivanti dall’utilizzo di combustibili fossili: il dato viene reso noto nel Report elaborato dal Global Covenant of Mayors for Climate & Energy, studio dedicato a tutti i progetti smart city del mondo che consentiranno di ridurre sensibilmente le emissioni di gas serra (greenhouse gas) e di altri inquinanti. Il documento è stato presentato durante i lavori della Cop23.

A livello ancora teorico, i promotori del documento hanno calcolato che se tutte le 7.500 amministrazioni cittadine aderenti al patto mondiale dei sindaci per il clima e l’energia, rappresentative di 680 milioni di abitanti, iniziassero a rendere operative le misure di decarbonizzazione fin qui stabilite, si avrebbe un taglio di 1,3 miliardi di emissioni di CO2 l’anno a partire dal 2030.

Ne deriva che i centri urbani del pianeta sono responsabili, appunto, del 70% delle emissioni di CO2 derivanti dall’utilizzo di combustibili fossili (principalmente petrolio e gas) nel settore energetico e dei trasporti.....Tratto da 
 Il Cambiamento

The Lancet:L’INQUINAMENTO ATMOSFERICO FAVORISCE FRATTURE OSSEE E OSTEOPOROSI


Tratto da Greenme

L’INQUINAMENTO ATMOSFERICO FAVORISCE FRATTURE OSSEE E OSTEOPOROSI



E’ ormai assodato che l’esposizione all'inquinamento atmosferico causi
 una serie di problemi di salute, soprattutto a livello respiratorio.
 Un nuovo studio ha però ora collegato lo smog ad un maggior rischio 
di soffrire di osteoporosi e fratture ossee.
La ricerca, condotta presso la Columbia University's Mailman School of Public
 Health, ha rivelato che l'esposizione al particolato ha anche un effetto
negativo sulle ossa che contribuisce ad indebolire.
I risultati ottenuti dai ricercatori, pubblicati sul The Lancet, sono i primi a docu
mentare come siano maggiori le fratture ossee in quelle comunità esposte 
ad elevati livelli di polveri sottili (PM2.5). Purtroppo si è visto anche che il
 rischio di ammalarsi di fratture ossee è più alto nelle comunità a basso reddito.
Per arrivare ad affermare questo i ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 9
 milioni di persone (da 65 anni in su) che vivono in alcune zone degli Stati Uniti,
monitorate per un periodo di otto anni (da gennaio 2003 a dicembre 2010)
Le  analisi hanno determinato che coloro che vivevano in luoghi con 
concentrazioni più elevate di particolato nell'aria avevano il 4,1%
 in più di probabilità di essere ricoverati in ospedale per fratture ossee
 correlate all'osteoporosi. Tra i quartieri a basso reddito, il rischio aumentato
 è stato ancora più alto (7,6%).
Un ulteriore follow-up di otto anni relativo a 692 adulti di mezza età e a basso
 reddito ha scoperto che i partecipanti che vivono in aree con livelli più alti
di PM2.5 e particelle di carbonio (la fuliggine proveniente da motori a gas e diesel,
 centrali a carbone e altri fonti di combustibili fossili) avevano livelli inferiori 
di ormone paratiroideo (sostanza particolarmente importante per la salute
delle ossa), nonché una maggiore diminuzione della densità minerale ossea
rispetto a coloro che erano esposti a bassi livelli dei due inquinanti.
I ricercatori hanno osservato che le polveri sottili possono causare danni 
ossidativi sistemici e infiammazioni che potrebbero accelerare la perdita
 ossea e aumentare il rischio di fratture ossee negli individui anziani.
Così ha commentato Andrea Baccarelli, MD, Ph.D., presidente di Scienze
della Salute Ambientale alla Mailman School e autore principale dello studio:
"Decenni di approfondita ricerca hanno documentato i rischi per               la salute dell'inquinamento atmosferico, sulle malattie cardiovascolari     e respiratorie, il cancro e le funzioni cognitive compromesse e ora l'osteoporosi”.
Sugli effetti dannosi delle polveri sottili leggi anche:
Come suggeriscono gli esperti, il modo migliore per prevenire le malattie
 legate all’inquinamento atmosferico è attraverso politiche in grado di 
migliorare la qualità dell'aria. Naturalmente i risultati di questi studi vanno
 ampliati per valutare meglio l’impatto dei fattori ambientali sulla salute delle
ossa e la comparsa di osteoporosi.
Francesca Biagioli